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tra due mosconi contro il vetro della mia cucina.
- Che hanno a pranzo?
- Manzo...
- Ganzo!
La domanda era: da dove vengono le vostre zanzare?
Si dice che le zanzare facciano dei chilometri per un po’ di sangue. E’ vero. Per esempio quelle due che mi ronzano attorno ogni notte vengono dalla provincia di Nuoro. Da dove esattamente non saprei dirlo perché essendo oristanese non distinguo chiaramente la loro parlata. L’ultima conversazione che mi hanno costretto ad ascoltare mentre mi stavo addormentando più o meno è stata questa:
Prima zanzara: “Sa muzzere de su puzzone este asua un anzone de Zinnigas” (la moglie dell’uccello è su un agnello di Zinnigas)
Seconda zanzara: “Su fidzu de sa tzia de Sitzia este in mesu de sa midza” (il figlio della zia di Sitzia è nella calza)
Prima zanzara: “Issu este unu cozzone satzagone” (è ingordo)
Seconda zanzara: “Su manzano si satzada de fodzas de Atzara” (la mattina si riempie di foglie di Atzara)
Poi, prima di pungermi, la prima zanzara ha pronunciato queste testuali parole che non dimenticherò mai: “Tocca a Tzilleri!” (entriamo nel bar!)
Si chiamava Jeannot, come Jeannot Lapin, coniglio delle fiabe di cui non sapevo proprio nulla ma con cui il mio di Jeannot non aveva sicuramente niente a che fare. Era un pazzo, secondo la terminologia del tempo, non da manicomio ma di quelli innocui che si lasciavano gironzolare liberamente per le strade. Si fermava sotto le finestre alle quali erano affacciate donne sorridenti, ma spesso affiancate da mariti, padri o fratelli ilari, e cantava con naturalezza una canzone di Edith Piaf o di Tino Rossi.
“Non, rien de rien, je ne regrette rien…”
La sua voce rauca e potente rotolava le erre mosce della lingua francese come i torrenti trascinano i sassi nei loro ruvidi letti. Vibravano i cuori mentre lui ricominciava con Milord, La Boudeuse o qualche canzone romantica d'altri tempi. Qualche volta, da dietro una persiana, una voce femminile lo accompagnava, sulle prime un po’ timida, poi sempre più convinta e gioiosa. Cantavano la vita, l’amore, la malinconia, la sofferenza e la morte, a lungo, come i violini che ridono, sospirano e piangono solitari nei nostri cuori. E strappava l’applauso Jeannot, sempre. Poi faceva un inchino per ringraziare e per raccogliere le monetine che ben volentieri gli lanciavano. Allora lo raggiungevo in mezzo alla via e lo aiutavo a recuperare le monete che rimbalzavano fin sotto le macchine o si nascondevano tra due lastre della strada. Poi lo vedevo allontanarsi, sparire alla prima curva e lo sentivo riproporre poco più in là, sotto qualche finestra e gli occhi incantati di altre signore e signorine, le sue appassionate serenate. Ma sempre s’avvicinavano i mariti, i padri e i fratelli con i loro sorrisi beffardi.
Londra. Sala d’attesa del Dr Smith. Venti persone sedute su venti sedie. Chi è seduto a destra non è seduto a sinistra. Il primo paziente è più alto del secondo, quindi il secondo paziente è meno alto del primo. Il terzo paziente è mio fratello. Mio fratello si chiama John, mia sorella si chiama Jane. Esce l’assistente del medico. Chiede: “Chi è Jane?” Rispondono tutti i pazienti in coro: “Jane è la sorella di John!”. L’assistente: “Chi è John?” I pazienti: “John è il fratello di Jane!” L’assistente segna qualcosa in una cartella poi rientra nello studio medico. Ora esce il Dr Smith. Mostra a tutti la penna con la quale stava scrivendo poco prima. Chiede: “E’ una finestra?” In coro: “No, non è una finestra!” “Che cos’è?” Il coro: “E’ una penna!” Il medico è visibilmente soddisfatto. “Ora potete andare. Mi raccomando prendete le medicine!” I pazienti non escono dalla finestra, Jane è la sorella di mio fratello, il medico è più alto dell’assistente, il mio fiore è blu.